Acciaio in crisi, Tata Steel licenzia 3 mila persone in Europa

Mentre il governo italiano e ArcelorMittal sono al lavoro per trovare una soluzione per l’ex Ilva – sulla quale pende il rischio di chiusura e un nodo strutturale, per l’azienda, da 5 mila esuberi – altre notizie negative sconvolgono il settore dell’acciaio.

Protagonista è un altro gruppo di origine indiana e presente nel Vecchio continente. Il gigante Tata Steel ha già annunciato quasi 3 mila tagli di posti di lavoro in Europa e ha oggi specificato che riguarderanno principalmente il Regno Unito e i Paesi Bassi, generando la rivolta dei sindacati. In particolare, il colosso indiano sopprimerà 1.000 posti di lavoro nel Regno Unito, dove il gruppo impiega circa 8.500 persone, quasi la metà delle quali nel suo gigantesco stabilimento di Port Talbot, in Galles. Altri 1.600 saranno eliminati anche nei Paesi Bassi, mentre altre 350 posizioni saranno chiuse altrove in Europa.

Nel suo comunicato stampa, Tata, nel bel mezzo della ristrutturazione dopo la fallita fusione con ThyssenKrupp, ha ribadito che i due terzi dei posti di lavoro in questione hanno funzioni amministrative e gestionali. “Non possiamo rimanere fermi mentre il mondo sta cambiando velocemente intorno a noi, dobbiamo adattarci. La nostra strategia è quella di costruire un business forte e stabile in Europa, in grado di effettuare gli investimenti necessari per il successo futuro”, ha commentato Henrik Adam, Amministratore Delegato di Tata Steel per l’Europa.

I sindacati non stanno a guardare: preoccupazione viene espressa da Roy Rickhuss, segretario generale dell’Unione dei lavoratori siderurgici della Comunità, per i progetti a breve termine di cui ancora non sono stati resi noti i piani di investimento. “Sembra che l’azienda stia solo gestendo il suo declino, mentre abbiamo bisogno di un cambiamento di prospettiva in modo che i dipendenti possano credere nel loro futuro”, ha spiegato deplorando il fatto che i dipendenti debbano “pagare il prezzo” per gli errori di gestione di Tata. Il sindacato Unite ha detto di essere “molto insoddisfatto dei piani del gruppo, che sembrano essere fissati sulla riduzione dei costi, i licenziamenti e forse la vendita di azioni nel business e l’esternalizzazione di alcune attività in India”. “Comprendiamo che l’industria britannica incontra particolari difficoltà, soprattutto a causa dell’elevato costo dell’energia rispetto ai suoi concorrenti europei, ma non vorremmo che questi pilastri dell’industria britannica vengano smantellati”.

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