Cina/2 Lo scenario di quella che è ormai la nuova locomotiva globale (grazie anche al Covid) e come sfruttarlo…

di Laura Magna

♦︎ Nell’altro articolo abbiamo redatto una guida alle novità per affrontare il Dragone nel new normal. Vediamo ora il panorama macro. Il Dragone ha ormai definitivamente distanziato gli Usa su intelligenza artificiale e 5G. Rimane il più importante mercato del mondo in termini di domanda. Popolazione con età media di 35 anni. E ad aprile ha già ripreso a correre. E chi lo ferma più?

La Cina è pronta a diventare la prima potenza mondiale dell’economia. Un traguardo che il Covid, anziché allontanare, ha avvicinato. Le ragioni stanno nella politica che Pechino sta conducendo da 40 anni e che ha consentito al Paese – ancora visto, in maniera miope, come la fabbrica del mondo – di virare decisamente verso l’innovazione, rendendo la sua crescita più qualitativa che quantitativa. Un traguardo possibile perché la Cina è oggi leader assoluta in tecnologie chiave come l’Intelligenza artificiale e il 5G, con largo distacco rispetto agli Usa.

Ed è il rivale degli Usa in un mondo nuovamente bipolare, ma la guerra non è militare (come avveniva con la Russia) e neppure commerciale, come nei proclami di Mr Trump, ma tecnologica. Non solo: la Cina sta esercitando una progressiva crescita della sua sfera di influenza politica in Asia, un bacino di miliardi di persone con età media di 35 anni (contro i 900mila europei con età media di 60 anni, per avere un termine di paragone). Infine, le imprese del mondo sono più integrate in Cina che negli Usa: perché la Cina è il più grande mercato al mondo in termini di domanda ed è logisticamente il più efficiente, ragioni per cui il reshoring è in realtà impossibile o, se avverrà, avverrà solo in maniera residuale e certamente non verso Usa o Europa.

Ne abbiamo parlato con Giuliano Noci, docente di Strategy and Marketing alla School of Management del Politecnico di Milano e prorettore del Polo territoriale cinese dell’Ateneo milanese e con Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management.

 

Per la prima volta nessun target di Pil. Ma l’export ad aprile ha ripreso quota

Come noto, la Cina è stata negli ultimi mesi al centro della scena anche perché da una sua provincia, lo Hubei, si è diffusa la pandemia da Covid-19. Accusata di scarsa trasparenza nelle comunicazioni, ma anche prima vittima del virus e dei lockdown, i dati ufficiali che misurano gli effetti di questo evento vedono il Pil del primo trimestre crollare del 6,8%, per la prima volta in 28 anni. Ma, dato ancora più importante, il governo di Xi Jinping ha affermato che non ha alcun target di crescita per il 2020, segno del fatto che la Cina non inseguirà la crescita a tutti i costi: un cambiamento di paradigma rispetto all’obiettivo di raddoppiare il Pil nel 2020 sul 2010, uno dei traguardi secolari di benessere fissati dal Partito. Cambia anche il caposaldo del debito: il deficit nel 2020 sforerà il tetto del 3% raggiungendo quota 3,6%. Una scelta giustificata dalle aspettative.

Se il governo non ha prodotto stime, secondo il Fmi la crescita annuale del Paese si attesterà all’1,2%, dato più basso di sempre, ma alcune analisi sono anche più negative. Intanto ad aprile l’export ha ricominciato a camminare e la bilancia commerciale ha evidenziato un surplus di 45,3 miliardi di dollari rispetto al deficit di 19,9 miliardi di marzo. Le esportazioni sono balzate del 3,5%, dopo il -6,6% registrato a marzo ed il -15,7% atteso dagli analisti e indicano che i commerci cinesi sui mercati internazionali – e dunque l’industria – sia tornata a pieno regime. L’import è ancora in negativo, ma d’altronde si tratta solo della conseguenza della tendenza delle persone a risparmiare più che spendere a ridosso di una crisi pesante qual è stata quella generata dal Coronavirus.

Economia cinese: tassi di crescita. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo rallentamento delle performance dell’economia di Pechino, con il 2018 che ha fatto segnare il ritmo più “lento” degli ultimi 28 anni (+6,6%). Fonte: Fmi

Perché la Cina ha mostrato più resilienza in uno scenario pandemico

Giuliano Noci, docente di Strategy and Marketing alla School of Management del Politecnico di Milano e prorettore del Polo territoriale cinese dell’Ateneo milanese

I numeri sull’export e il fatto che la produzione cinese sia tornata a regime per almeno l’80% dimostrano una capacità di reazione che non ha pari con il resto del mondo. E che è il primo punto di forza dell’economia di Pechino. Una caratteristica che dipende anche da una serie di fattori culturali e politici. Ce lo spiega il professor Giuliano Noci: «Le radici culturali affondano nel sistema confuciano che tende a privilegiare la società sull’individuo: di più, l’individuo esiste in quanto appartiene alla società. C’è dunque un superiore livello di accettazione delle misure che tutelano la società, anche se comportano privazione delle libertà. La privacy, per esempio, è un concetto che non esiste. Questo evidentemente dal punto di vista politico si traduce in decisioni che vanno a terra molto più rapidamente e molto più efficacemente».

La questione culturale non è da sottovalutare ed è ciò che da sempre ha consentito alla Cina, «negli ultimi secoli a partire dal 15esimo secolo, di svolgere un ruolo straordinariamente rilevante nell’economia globale: fino alla guerra dell’Oppio nel 19esimo secolo, è stata la più grande potenza economica del mondo. Questo per dire che la Cina non è un fenomeno nuovo, sta recuperando posizioni che ha sempre avuto e che sono state annichilite dal 1830 fino al Maoimso e oggi ambisce ad acquisire nuovamente la sua centralità che però assume connotati nuovi alla luce della globalizzazione».

Il ritorno della Cina: dalla riforma Dengista del 1978 alla leadership digitale

Per immaginare il futuro della Cina bisogna individuare il punto di partenza dell’evoluzione attuale, che è, secondo Noci, il dicembre 1978, quando Deng Xiao Pin decise di sdoganare il fatto che anche in un Paese socialista la crescita del sistema privato e la ricchezza potessero non essere tabu. Deng avvia le “quattro modernizzazioni”, tecnologia, scienza, agricoltura e industria come assi portanti dello sviluppo economico di una Cina allora molto debole e permeata dalla logica di una chiusura verso il mondo esterno. Deng lanciò la politica delle porte aperte, chiedendo al mondo di investire nell’enorme sistema dell’ex Regno di Mezzo in cui abitavano un miliardo di persone. «Così nacque l’economia capitalistica in salsa cinese che ha contraddistinto l’economia locale degli ultimi 40 anni», dice Noci. Più precisamente, per venti anni il Paese ha scaldato i motori e per i successivi venti ha sperimentato la moltiplicazione vorticosa del Pil che conosciamo.

Componenti pil cinese. Fonte: elaborazioni SACE SIMEST su dati Eiu

I pilastri cinesi: lo sviluppo delle infrastrutture

«La Cina ha fatto una scelta radicale: puntare sui trasporti. Prima che una politica industriale, ha attuato una politica infrastrutturale. I dati sono impressionanti per il mondo occidentale: la Cina ha costruito 4 milioni di miglia di autostrade, l’alta velocità ferroviaria – 30mila km che ne fanno la prima al mondo – è stata costruita da Pechino a Shangai, per 1700 km in 24 mesi dalla fase di ideazione alla realizzazione. Il traffico aereo vede transitare sui cieli sinesi circa 5mila voli e ci sono 230 aeroporti cittadini e 100 nuovi pianificati; 7 dei 10 porti più trafficati del mondo sono in Cina», dice Noci. Questo è un punto molto importante ed è ciò che ha consentito al Paese, più che la produzione di beni a buon mercato, di diventare la fabbrica del mondo.

… e la manifattura (ma il leader globale non è più a buon mercato)

La Cina ha vissuto decenni di crescita sfrenata, diventando, tra le altre cose, la più grande potenza manifatturiera al mondo (nel Paese viene prodotto il 30% dell’output globale), con città come Shenzhen, alla fine degli anni Settanta un villaggio di pescatori con 11mila abitanti diventata una megalopoli da 13 milioni di abitanti e un polo tecnologico che fa concorrenza alla Silicon Valley californiana. Nel frattempo però il Paese ha anche smesso di essere la fabbrica del mondo a buon mercato. «La manodopera costa il doppio rispetto a dieci anni fa e molte produzioni per queste ragioni sono già state spostate in Paesi limitrofi, come il Vietnam», dice Noci concludendo che la dimensione della crescita quantitativa fosse non più perseguibile già pre-Covid, che ha solo accelerato un processo già in atto.

Export italiano di beni verso la Cina. Fonte: elaborazioni SACE SIMEST su dati Istat. Chimica, tessile e abbigliamento assieme pesano circa un quarto del totale beni esportato

Ma il reshoring fuori dell’Asia è improbabile

Un altro cambiamento che molti hanno prefigurato riguarda la supply chain: tutti i meccanismi lean sono andati in crisi perché non prevedono forniture. C’è un tema di gestione del rischio: quanto questo andrà a penalizzare la Cina o a modificarne il ruolo? Quanto favorirà il reshoring? Non in maniera decisiva secondo il prof del Politecnico, che rileva che «l’internazionalizzazione non sia solo produttiva ma soprattutto di asservimento al mercato. Pertanto gli asset che saranno oggetto di reshoring non lo saranno necessariamente nei Paesi di origine delle multinazionali, ma in aree limitrofe alla Cina, come avvenuto negli ultimi anni per la leva del prezzo. La produzione resta dove c’è la domanda».

È possibile una riarticolazione delle filiere produttive con diverse catene su base regionale, più vicine ai luoghi di consumo (una nord-americana, una europea e una asiatica), ma nessun colosso produttivo abbandonerà l’Asia che è, aggiunge Noci,«un’imperdibile opportunità di business come dimostra per esempio il settore automobilistico: la Cina, che è già il primo mercato al mondo per le automobili, presenta una media di sole 150 vetture ogni mille abitanti, contro le 930 dell’Europa: si trova a un livello di sviluppo ancora embrionale e ha un potenziale di crescita enorme».

Secondo Noci, gli asset che saranno oggetto di reshoring non lo saranno necessariamente nei Paesi di origine delle multinazionali, ma in aree limitrofe alla Cina, come avvenuto negli ultimi anni per la leva del prezzo. La produzione resta dove c’è la domanda

Il Futuro: i primati di digitalizzazione e sostenibilità

«La nuova Cina segue uno sviluppo caratterizzato da alcune direttrici nuove: la prima è appunto una crescita qualitativa che richiama immediatamente la seconda, ovvero l’innovazione. Il valore aggiunto dell’output realizzato è l’innovazione che ha come paradigma di riferimento il digitale, di cui non a caso Pechino è leader del mondo, in particolare nell’AI. Ma la Cina è il primo paese anche per pubblicazioni peer rewiev (valutate da comitati scientifici internazionali) e il numero di brevetti è cresciuto in maniera significativa. Ancora, l’ecommerce cinese non ha confronti con qualsiasi altro sistema al mondo ed è diffuso non solo nelle città ma anche nelle campagne. I pagamenti sono sempre più digitali: nel 2006 si pagava in contante ma è stata bypassata del tutto la carta di credito passando direttamente al mobile».Qualità, innovazione, digitale e energie pulite: la Cina è il paese che sta investendo di più in sostenibilità. Nel 2019, ha investito 83 miliardi cdi dollari contro i 55 degli Usa e i 16,5 del Giappone.

Cina, nuova locomotiva globale?

Dunque la Cina diventerà la nuova locomotiva globale? Risponde Noci: «Quello che sappiamo è che il confronto con gli Usa diventerà sempre più muscolare perché la Cina avrà uno status economico e tecnologico tale da rappresentare un serio competitor, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Laddove però, il rivale degli Usa era la Russia, una potenza militare ma debole dal punto di vista economico e tecnologico. La Cina è invece leader di tecnologie abilitanti come il 5G e l’intelligenza artificiale. Quanto sarà locomotiva o meno dipenderà da cosa farà prossimo presidente degli Usa: se gli Usa diventeranno autoreferenziali, la Cina acquisterà potere. Non bisogna neppure dimenticare la disputa sul Mar cinese Sud orientale che è potenzialmente molto pericolosa. Gli Usa hanno portato portaerei in quel passaggio critico dove transita il volume di traffico della Cina occidentale e può innescarsi una guerra».

Pechino vuole ampliare la sua sfera di influenza politica nel mondo

Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management

Un tema questo del mar Cinese che porta dritto alla politica: Xi Jinping va oltre le porte aperte, e vuole giocare una sfera di influenza economica e politica fuori dal Regno di Mezzo per cui sta attuando innanzitutto una progressiva apertura del sistema finanziario, dando molte licenze anche a banche Usa, per esempio. «Nel resto dell’Asia già il Paese gioca un ruolo significativo e che sta diventando sempre più efficace paradossalmente grazie alla politica America first di Trump. La prima azione di Trump a seguito del suo insediamento alla Casa Bianca è stata quella di uscire dalla Tpp (Trans-Pacific Partnership), accordo internazionale che coinvolge molti Paesi asiatici. La Cina è immediatamente subentrata rafforzando le sue relazioni con i Paesi della regione e riallacciando anche i rapporti con gli storici nemici giapponesi», dice Marco Piersimoni.

Il programma “One Belt, One Road” (Nuova via della seta) inoltre ha proprio, secondo Piersimoni, «l’obiettivo non manifesto di allargare la propria sfera di influenza sul continente europeo e su quello africano, non più visto solo come fonte di risorse naturali ma anche come terreno fertile per i propri colossi tecnologici. E, come spesso è successo in Cina negli ultimi decenni, lo sviluppo economico dell’ampia regione coinvolta nel programma passerà prima di tutto dagli investimenti in infrastrutture, in grado di collegare fisicamente e culturalmente territori molto distanti tra loro. Con il programma “Made in China 2025” il Governo Xi mira a riqualificare il brand cinese e a conquistare la leadership globale in una serie di campi chiave, come le tecnologie digitali (in particolare intelligenza artificiale e 5G, su cui ha già un enorme vantaggio competitivo), i trasporti e l’aerospazio, le energie pulite e i veicoli elettrici, la robotica e la sanità».

La Cina nel nuovo mondo dopo il Covid-19

La pandemia del nuovo Coronavirus si è abbattuta sulla popolazione mondiale come uno spaventoso tsunami, in grado di produrre uno shock sincrono di domanda (consumi) e offerta (produzione) che ha gettato l’economia in una profonda recessione.

«In Cina, dove tutto ha avuto inizio, si sta provando a tornare ad una forma di normalità, in parte diversa rispetto a quella precedente alla crisi. Essendo stato il primo Paese ad entrare in emergenza, è anche il primo a sembrarne fuori: i livelli di consumo di carbone e di congestione del traffico cittadino delle grandi megalopoli indicano che l’attività è ripresa ad un ritmo quasi normale. La rapidità di questa ripresa fa sì che l’economia possa subire minori danni strutturali permanenti rispetto a quanto potrebbe avvenire in altri Paesi del mondo, tanto che già nel 2021 la crescita del Paese potrebbe tornare vicina al potenziale», dice Piersimoni.

A maggior ragione, se si considera la portata degli stimoli fiscali e monetari messi in atto negli ultimi mesi. Dal punto di vista monetario, in particolare, occorre ricordare che la PBoC (People’s Bank of China) si è comportata in modo diverso rispetto alle controparti sviluppate: «invece di espandere il bilancio per lanciare programmi di acquisto di titoli, la banca centrale ha agito direttamente sulla leva della liquidità privata, impattando direttamente nella creazione di credito a imprese e famiglie, che negli ultimi mesi ha subito di conseguenza una brusca impennata. Grazie al particolare assetto politico e finanziario del Paese, la PBoC ha infatti il potere di manovrare gli aggregati monetari tramite il controllo vero e proprio del finanziamento bancario all’economia reale (attraverso liquidità, prestiti, obbligazioni, azioni e via dicendo), con l’obiettivo fissato dal proprio mandato di garantire la stabilità della valuta al fine di permettere lo sviluppo economico». Anche queste scelte monetarie, insomma, danno un’idea della capacità della Cina di riprendere la marcia, che non ha uguali, oggi nel post Covid.

Fonte-Industria Italiana

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