DISOCCUPATI OVER 45, SENZA LAVORO PER SEMPRE.

Sempre più precoci i licenziamenti dei lavoratori con esperienza, che faticano a ricollocarsi sul mercato professionale. Una piaga che colpisce le famiglie, ma anche la produttività delle aziende. E che favorisce lo sfruttamento giovanile

Difficile chiamarli anche solo "maturi". La fascia di coloro che perdono il lavoro dopo anni di carriera si estende, ormai rapidamente, a individui che non arrivano nemmeno ai 55 anni. Nel drammatico contesto generale della disoccupazione italiana, che colpisce soprattutto i giovani, uno dei nodi più dolenti è proprio quello legato al lavoratore espulso da mercato del lavoro dopo i 45 anni. Il problema è oggi trasversale, tocca tutte le professionalità e i generi (anche se le donne sono fra le più colpite) e non conosce frontiere regionali. E benché su questa porzione di lavoratori la scure della crisi abbia inciso numericamente di meno rispetto al quadro generale, tuttavia per coloro che ne sono stati penalizzati l’incubo vero è la "disoccupazione di lunga durata", una denominazione impropria a guardare bene la realtà che si trovano ad affrontare: molti di loro, infatti, nel mercato del lavoro sono destinati a non rientrarvi più.

Le cause della perdita del lavoro in età matura sono multifattoriali, permeate da sfumature culturali che alimentano pregiudizi. Le motivazioni prime della perdita del lavoro sono per lo più il fallimento della ditta, la decisione di chiudere l’attività da parte del datore di lavoro, chiusura del contratto, situazioni "su cui sembra esistere – analizza l’Isfol -una debole possibilità di controllo e previsione".

Le piccole aziende sono le più colpite. Sotto i 15 dipendenti il lavoratore viene invitato ad andarsene, peraltro senza nessuna tutela, se non forse due, tre mesi di stipendio. Nelle medie-grandi aziende i metodi sono i più vari: fino a qualche anno fa c’era l’incentivo alle dimissioni, che veniva accettato perché la persona con grande professionalità era convinta che avrebbe trovato altro con grande facilità, salvo poi constatare dopo un anno di disoccupazione che non era così. Poi si ricorre al mobbing, il sistema più pratico per aggirare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: tipica la minaccia di un trasferimento in zona lontana.

Uno dei fattori più sottaciuti, è lo svecchiamento della forza lavoro con un cospicuo risparmio nel costo del lavoro. Dunque, non solo si incamera manodopera mediamente più istruita ma anche meno costosa, poiché si risparmia sul costo delle anzianità. Ottenendo poi tipologie d’impiego più flessibili e inquadramenti inferiori.

Quelli che soffrono di più sono i profili medio-alti, ma le barriere non risparmiano nessuno. Una volta fuori si trovano ostacoli insormontabili. Nelle aziende lo stereotipo prende il sopravvento. Le inserzioni continuano a citare limiti di età nonostante il divieto che ne fa la legge. Spesso questi lavoratori non arrivano neppure al colloquio, e quando ci arrivano si rivela puramente formale. Poi arrivano la depressione, la demoralizzazione, l’apatia.
 

 

 

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