Emergenza occupazione

Sono 146 le crisi aziendali senza soluzione

Alitalia, Ilva sono soltanto la parte emersa di un iceberg molto più grande che si riassume solo parzialmente con il numero di 146 crisi aziendali giacenti senza soluzione sulla scrivania del ministro Patuanelli al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico, sembra tragicomico che abbia proprio questo nome in un Paese che dal 2017 naviga in acque recessive).

Solo parzialmente si fornisce il quadro reale delle crisi, in quanto la maggioranza dei lavoratori delle migliaia di altre aziende micro e piccole viene affrontata presso gli assessorati regionali o provinciali, o peggio ancora sono costretti a vivere in solitudine il loro dramma di quasi assenza di lavoro. Nel primo semestre 2019, l’utilizzo degli ammortizzatori sociali è cresciuto del 150% rispetto all’anno precedente, ma il divario negativo diventa ben più ampio se il confronto si estendesse al biennio 2015-2016, che sono anche stati, insieme al 2017 gli ultimi anni degli ultimi due lustri in cui il Paese ha goduto di una crescita del PIL superiore all’uno per cento.

Infatti, nel triennio 2015-17 la ricchezza nazionale è cresciuta in media di 1,3 punti, contestualmente a una dura riduzione dell’indebitamento pubblico, della spesa corrente e anche della pressione fiscale oltre la riduzione consistente dello spread. Gli anni dei governi Renzi e Gentiloni sono stati eccezionali come performance economica, soprattutto se si confrontano agli anni successivi e anche a quelli precedenti.

Da questo punto di vista la politica economica del precedente governo giallo verde è stata particolarmente grave perché ha invertito l’andamento positivo degli indicatori economici del triennio anteriore, in tutti i fondamentali, esponendo il Paese al rischio di abbandono di investimenti sia finanziari che produttivi.

Per quanto riguarda l’occupazione, si è detto con enfasi ed entusiasmo che abbiamo raggiunto lo stesso livello di occupati del 2008, prima della grande crisi economica finanziaria che ha travolto le economie mondiali. Ma il dato è falsato se si esamina più da vicino. Infatti, nel 2007 furono lavorate 12 miliardi di ore in Italia, mentre nel 2018 si sono lavorate solo 11 miliardi e mezzo di ore; a parità del numero formale di occupati sono andate perdute 500 milioni di ore lavorate, equivalenti a 350.000 occupati in meno, come se fosse scomparsa una città dalla mappa del Paese, un dato drammatico.

C’è inoltre un altro dato, assai preoccupante che non viene di solito ripreso dai grandi media nazionali: secondo l’Inail nel 2018 sono cresciuti in modo purtroppo significativo gli incidenti mortali sul lavoro. Questa è una statistica agghiacciante che impegna ancor di più sindacato, imprenditori, organismi di controllo a interventi più rigorosi di controllo delle condizioni di lavoro, soprattutto nelle micro e piccole imprese. Oltre che un dato ancora più preoccupante che riguarda gli infortuni non mortali sul lavoro: mentre purtroppo, crescono gli infortuni mortali, diminuisce la statistica di quelli non mortali. Apparentemente c’è qualcosa che suona distonico, ma in realtà c’è una spiegazione per i due fenomeni.

Cresce la predisposizione soggettiva e collettiva di accettare lavori sempre più poveri, privi di qualunque tutela, part time involontario, false partite Iva, parasubordinati che nascondono rapporti di lavoro subordinato, con orari formali sempre più ridotti e cresce la propensione ad accettare condizioni di lavoro pericolose.

Questi semplici dati, ancora più eclatanti se si esplorassero per zone geografiche a danno del Mezzogiorno, guardati da vicino e non superficialmente, dimostrano che l’emergenza lavoro nel nostro Paese resta sempre quella primaria, insieme a quella demografica, che ci ricorda che la natalità è in drammatica e continua discesa e che presto i pensionati supereranno gli occupati (le statistiche traguardano al 2050 questo triste traguardo).

Allora, sindacato, associazioni datoriali, politica di opposizione e di maggioranza dovrebbero esercitarsi su questi dati e intervenire sul lato investimenti per infrastrutture e ammodernamento della rete di comunicazione e diminuzione del cuneo fiscale che strozza la nuova occupazione. Alcune misure in questo senso l’attuale Legge di Bilancio in discussione in Parlamento le prevede. A partire dal blocco dell’aumento dell’Iva che equivale a minore tassazione per le famiglie per 23 miliardi l’anno. Ma su investimenti per infrastrutture decisive per ammodernare il paese e sul cuneo fiscale, così come per le misure a favore della famiglia, le risorse sono totalmente insufficienti a far recuperare il gap nei confronti dell’Europa. Ci si dice che le risorse a disposizione sono troppo poche e che per misure strutturali a favore della ripresa bisogna ragionare su un arco più lungo dell’anno, ma noi siamo parzialmente d’accordo, soprattutto se si considera l’altissimo livello di investimenti (23 miliardi di euro) necessari per evitare l’aumento dell’Iva.

E infatti la legge di Bilancio, gravata del peso dell’annullamento delle clausole Iva, appare poco incisiva sulle grandi questioni, come il lavoro, destinando risorse insufficienti per alleviare ai lavoratori dipendenti il cuneo fiscale, per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e per le infrastrutture. Anche misure positive, come Industry 4.0, il super e l’iper-ammortamento, che vengono reintrodotte, hanno un respiro e delle risorse troppo basse per incidere efficacemente su una veloce ripresa dell’economia per la crescita. Infatti, per il 2020 si prevede un deludente 0,1 per cento di crescita del Pil che non può essere quella miccia in grado di fare ripartire velocemente sviluppo e occupazione.

Servirebbero delle misure shock e invece vengono messe in campo risorse più simili a pannicelli caldi non in grado di curare il malato.

Servirebbero più risorse e più coraggio e invece non riusciamo a riscontrare nella legge di Bilancio né l’una né l’altra cosa. Da parte nostra nelle audizioni con i gruppi di Camera e Senato, a cui abbiamo avuto modo di partecipare, abbiamo provato a suggerire due misure per reperire risorse senza gravare sulla spesa corrente, ma anzi, riuscendo ad alleggerirla e con un maggiore impatto sulla crescita dell’addendo Pil oltre a ridurre il rapporto debito/Pil.

Anzitutto, si può traslare di qualche mese, almeno tre per il 2020, le finestre per avere i benefici pensionistici previsti dalla cosiddetta quota 100. Invece di gennaio, prevedere da aprile la finestra per i privati e invece che luglio, il mese di ottobre per i pubblici. Questo ridurrebbe la spesa pensionistica di almeno due miliardi che potrebbero essere destinati ad aumentare la quota di tre miliardi prevista per abbassare il cuneo fiscale, quindi quasi raddoppiarlo, con un forte impatto a favore della occupazione e del lavoro.

La seconda è già prevista dalla legge del reddito di cittadinanza, basterebbe applicare con rigore la seconda fase iniziata a ottobre 2018, che prevede l’inizio della chiamata di coloro che hanno percepito il reddito per avviarli verso il lavoro. Secondo dati dell’Inps, solo circa 70.000 aventi diritto si sono presentati ai centri per l’impiego per rendersi disponibili a lavorare contro i circa 700.000 che avrebbero i requisiti per farlo. Se si cominciasse ad applicare con rigore quanto previsto dalla legge attuale, senza modifiche, si potrebbero avere già dall’inizio del 2020 risorse aggiuntive da destinare alla crescita e alla produzione di ricchezza, togliendole dalla mera assistenza. È prevedibile che una chiamata all’occupabilità di massa possa fare scendere il numero di percettori del reddito di almeno di un terzo, se non della metà, recuperando per questa via almeno 3 miliardi di euro che oggi vanno sprecati in puro assistenzialismo e destinarli ai provvedimenti a favore dell’industria manifatturiera, del lavoro e dello sviluppo.

A fianco di queste misure, quella sul reddito di cittadinanza non ha neanche bisogno di modifiche legislative e l’altra di uno spostamento temporale di tre mesi che non tocca il diritto di coloro che raggiungono quota 100, c’è un grande e incomprensibile tema: quello delle risorse stanziate, finanziate ma mai realmente cantierabili per le infrastrutture per ammodernare il paese. Siano esse ferroviarie, stradali, portuali, aeroportuali o di rete energetica o legate alla sfida tecnologica della banda larga al sud e del 5G. Su questo, da decine di governi a questa parte assistiamo impotenti a cose incomprensibili: esistono 74 miliardi già stanziati per numerose opere pubbliche che però non partono mai, per resistenze burocratiche, per sovrapposizione di competenze tra Stato ed Enti locali figlie di una malintesa riforma costituzionale del titolo V e di resistenze ultra-localistiche di popolazioni male informate o oggetto di strumentalizzazione. Su questo, pensiamo che sia utile una volta per tutte fare chiarezza, individuando alcune grandi opere e nominando strutture commissariali che abbiano il potere di superare le lentezze burocratiche che spesso fanno partire l’opera decine di anni dopo averla teoricamente varata. Pensiamo al modello Milano Expo quando parliamo di strutture commissariali, quando tutto sembrava compromesso e invece il commissario Sala riuscì a compiere il miracolo di completare l’opera che ha destato meraviglia e compiacimento in tutto il mondo, contribuendo a dare lustro al nostro Paese.

Presenteremo questi emendamenti ai gruppi parlamentari di Camera e Senato che hanno iniziato il percorso di discussione della legge di Bilancio, sapendo che senza coraggio e una visione di lungo periodo è difficile che il nostro Paese esca dalla palude recessive e imbocchi la via dello sviluppo.

https://www.fismic.it/wp-content/uploads/2019/11/042_ItaliaOggi-26-11-2019.pdf

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