Ex Ilva, il piano pubblico costerà almeno 1 miliardo. E i dipendenti che fine faranno?

di Paolo Bricco

Due prospettive di finanza di impresa e di investimenti materiali assai differenti. Una Mini Ilva che costerà poco in un caso. Una Maxi Ilva che costerà molto nell’altro caso. Nel primo caso, un impianto con un orizzonte temporale ben definito, se non circoscritto. Nel secondo caso, una acciaieria con uno scenario di più lungo periodo: non è chiaro però chi pagherà il conto, anche se è certa la natura pubblica della mano che dovrà versare su Taranto tanti, tanti soldi

Procediamo con gradualità. Il rumore della battaglia fra ArcelorMittal e il Governo si è concentrato, nelle ore successive all’incontro di mercoledì al Mise, sul numero di occupati che la famiglia Mittal vuole eliminare dal perimetro aziendale: 4.700 esuberi, più i 1.912 addetti oggi in amministrazione straordinaria che, in maniera implicita, rifiuta di assorbire. Sono per l’esattezza 6.612 occupati fuori dal suo payroll, il classico sistema delle buste paga della controllata italiana del gruppo franco-indiano.

Il punto, però, è capire la specializzazione produttiva e la dinamica degli investimenti necessari della Mini Ilva e della Maxi Ilva. Con la Mini Ilva da 6.098 dipendenti e una produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno, nel gioco a incastro degli altoforni e dei forni elettrici – di cui Arcelor Mittal è il maggiore produttore al mondo – è verosimile che vengano utilizzati gli altoforni 1 e 4. Il primo ha non meno di cinque anni di vita davanti, il secondo una decina. Il primo ha un output da 2 milioni di tonnellate per esercizio, il secondo da 2,5 milioni di tonnellate. I 6 milioni di tonnellate si raggiungono con un forno elettrico da 1,5 milioni, da alimentare con ghisa liquida e con rottame. Alla fine, l’unico investimento nuovo sarebbe il forno elettrico, che ha un costo stimabile fra i 100 e 150 milioni di euro.

Il vantaggio della Mini Ilva è la cura drastica e immediata della finanza di impresa, oggi deteriorata dai 2,5 milioni di euro di perdite al giorno e sulla cui ristrutturazione gli investitori e gli obbligazionisti non vogliono transigere. Lo svantaggio è che il rimpicciolimento e l’elisione dei cicli di investimento taglierebbero fuori TarantoNovi Ligure Cornigliano da una ipotetica futura ripresa della domanda europea. Nell’acciaio si perdono e si guadagnano tanti soldi.

Nella Maxi Ilva del Governo la prima certezza è che la finanza di impresa appare una variabile indipendente dalla realtà e la seconda certezza è che la parola esuberi non rientra più nel vocabolario della vicenda. Per la Maxi Ilva si prospetterebbe un profilo manifatturiero imbastito sull’altoforno 5, oggi fermo, sull’altoforno 4 e su un forno elettrico da alimentare con il preridotto. L’altoforno 4 ha appunto una decina di anni di vita e produce 2,5 milioni di tonnellate all’anno. L’altoforno 5 è potenzialmente in grado di produrre 4 milioni di tonnellate: per renderlo di nuovo operativo servono 250 milioni di euro e, per essere ottimistici, un anno abbondante di lavori. Se adeguatamente sistemato, l’Afo 5 ha un ciclo di vita fra i 15 e i 18 anni. Il forno elettrico, da alimentare con il preridotto, ha un output da 1,5 milioni di tonnellate.

In tutto, fanno 8 milioni tonnellate. Ma fanno anche poco meno di un miliardo di euro di investimenti: oltre mezzo miliardo di euro per l’impianto da cui ottenere il preridotto (la cifra è quella, non importa che lo si realizzi in Puglia o in Nord Africa), più una somma compresa fra i 100 e i 150 milioni di euro per il forno elettrico, più 250 milioni di euro per l’altoforno 5.

La Mini Ilva e la Maxi Ilva sono due personaggi differenti con autori differenti. Però nessuna ipotesi di incontro potrà avvenire se non si troverà una soluzione sui 6.612 occupati che Arcelor Mittal vuole cancellare con un tratto di gommapane e che, invece, né il Governo né i sindacati possano accettare vengano nebulizzati nell’aria pesante di Taranto, Novi Ligure e Cornigliano.

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