“Il piano Mittal non reggeva, il ministero sapeva dal 2017”

di Sofia Fraschini

I commissari straordinari dell’ex Ilva sapevano dal 2017 che il polo di Taranto in mano ad ArcelorMittal sarebbe entrato in crisi arrivando alla disastrosa situazione attuale: perdita di produttività e il conseguente rischio sul fronte occupazionale, a oggi sono 5mila i posti di lavoro in bilico.

A rivelare il retroscena a il Giornale è Carlo Mapelli, professore ordinario del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano, esperto di siderurgia, incaricato due anni fa dai commissari di valutare il piano della multinazionale franco indiana. Una consulenza che aveva dato chiaramente esito negativo, «il piano spiega non era sostenibile sia sotto il profilo della manutenzione, sia a fronte di alcune discrasie temporali nella gestione degli impianti», ma il tutto è stato ignorato. «E oggi per riportare la produzione a 8 milioni di tonnellate, come nel piano-salvezza del governo, dovremo aspettare come minimo il 2023».

Come si legge nel documento, che allora venne redatto per i commissari «gli investimenti sugli impianti di agglomerazione per mantenere in esercizio un numero di linee operanti non sono in grado di approvvigionare sinterizzato in quantità sufficiente ad alimentare contemporaneamente» gli altiforni 1, 2, 4 e 5 «e di produrre all’interno di Ilva le quantità di acciaio liquido dichiarate nel piano».

Gli interventi sulle cokerie, prosegue il documento, «si limitano al minimo indispensabile con la sola indicazione che si realizzerà uno studio di fattibilità per la captazione delle emissioni diffuse, che peraltro è imposto dal piano ambientale predisposto dal ministero dell’Ambiente. Questo risulta un punto critico nell’interazione tra piano ambientale e piano industriale, poiché non prevede alcuna modifica alla struttura di base del ciclo integrato che è basato sul carbone».

Insomma, un disastro annunciato che forse si poteva evitare se all’epoca dei fatti, quando al Mise sedeva l’allora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, poi sostituito da Luigi Di Maio, si fosse presa in considerazione l’analisi dell’esperto. «La verità è che Taranto ha sempre prodotto un ottimo acciaio a prezzi molto competitivi e quindi di mercato ne ha sempre avuto, la perdita di produttività è legata più che altro alla cattiva gestione del sito legata al piano», spiega Mapelli che già due anni fa aveva messo nero su bianco come «senza AFO2, e con AFO5 fermo, non si possono garantire 6Mt/anno di acciaio prodotto in loco (Taranto) dal 2018 al 2023», né le ricadute occupazioni, «i cui livelli non possono essere chiaramente garantiti». Sugli sbagli industriali si sono poi incardinate le dinamiche del mercato mondiale e gli errori politici: la lungaggine della trattativa passata dal ministro Calenda a Di Maio, l’opposizione degli amministratori locali, la diversa visione dei partiti al governo (Pd eM5S) e poi la disputa sulla scudo penale, casus belli e pretesto di Mittal per l’uscita di scena.

Ora il tempo è però finito, la siderurgia italiana rischia il tramonto e senza di essa «l’Italia sarà costretta a un import forzoso e costoso che manderà in crisi la bilancia commerciale, l’intero settore, l’indotto e tutte le imprese metalmeccaniche che da Ilva si riforniscono, con effetti che potrebbero riflettersi anche sul consumatore finale». Per tenere in piedi Ilva il governo sta studiando un disperato piano b che prevede il rilancio con modifiche agli impianti e aumento della produzione. «Si tratta di un piano sostenibile, ma sia chiaro – spiega l’esperto – nelle migliori delle ipotesi ci vorranno 2-3 anni per riportare la produzione a 8 milioni di tonnellate l’anno e almeno 750 milioni di investimenti». Mapelli calcola un anno per rendere efficiente l’altoforno 5 e almeno 28 mesi per creare un nuova linea per il preridotto (minerale trattato con idrogeno) con il forno a gas e quello elettrico. Tutto questo se si partisse oggi. Un piano b che ha, dunque, tempi lunghi e che anche a livello ambientale non sarà del tutto green. «Parlare di decarbonizzazione per Taranto non ha senso, più corretto è considerare il sistema della nuova futura e ipotetica Ilva a ciclo ibrido, due altoforni e la linea per il preridotto», conclude Mapelli.

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