Ilva, più che capitali pubblici servono manager siderurgici all’altezza

di Ugo Calzoni

Il miliardo che i Mittal si dicono pronti a versare per “liberarsi” degli impegni assunti a Taranto non è un’ipotesi del tutto campata in aria. La cifra non è lontana dal contenzioso giudiziario messo in piedi tra vecchi Commissari e l’impresa franco-indiana né tanto meno dal possibile lodo arbitrale che supererebbe a piè pari le aule giudiziarie. Per assurdo (ma a ragion veduta) Mittal e la sua Arcelor alla fine farebbero un investimento in grado di togliersi dalla palude italiana e in grado di far rientrare in tempi non lunghi l’eventuale esborso liberatorio.

I Mittal hanno toccato con mano la debolezza del fronte interlocutorio italiano e i loro collaboratori, ingaggiati in Italia, conoscono alla perfezione il barocchismo legislativo, istituzionale e finanziario che sostiene i poteri a tutti i livelli e li subordina uno all’altro, magistratura compresa.

Il Governo ha alzato la voce e ha dato sfogo alle carte da bollo in contemporanea ad una sperata trattativa sotterranea in grado di sfociare in un compromesso reso affrontabile mettendo mano alle finanze pubbliche. I signori Mittal sono stati al gioco per ben due volte, permettendosi persino il lusso di lasciare fuori dalla porta dell’incontro con il Governo l’amministratore delegato dell’ex Ilva pur fresco di nomina e dotato di pieni poteri. Poteri che Lucia Morselli ha dimostrato in questi giorni impugnando la mannaia dei licenziamenti, della riduzione drastica della produzione di acciaio, del ridimensionamento strategico complessivo dell’impianto tarantino.

Il vertice di Arcelor Mittal ha così, come si dice, misurato la febbre al Governo, con un termometro già utilizzato nelle decine di crisi aziendali, ormai prive di qualsiasi prospettiva se non la cassa integrazione e quella emblematica dell’Alitalia: la prova di una totale assenza strategica al Ministero dello sviluppo economico. Torniamo all’acciaio.

I Mittal hanno provato sulla loro pelle non la complessità italiana ma la giungla che sta alla base delle relazioni finanziarie, industriali e sindacali del nostro Paese. I veti spacciati per contrappesi. L’interpretazione delle norme che si vuole come pilastro dello Stato di diritto. Una Magistratura che apre i dossier senza chiuderli mai né quando né dove vuole. I Riva, demonizzati ed espropriati, ad esempio attendono ancora il processo! I Mittal sanno che dopo di loro nessun player internazionale potrebbe scendere in campo dopo di loro. Sanno anche che l’eventuale esborso di un miliardo sarebbe alla fine speso dalla gestione Commissariale in un periodo di basso mercato internazionale dell’acciaio, utilizzato a mantenere organici, produzione, bonifiche, revamping di impianti e oneri territoriali. Alla fine dell’agonia tarantina con la fine dell’Ilva i Mittal toglierebbero dal mercato ricco dell’Europa il concorrente potenzialmente più forte, liberando un grande mercato, tutto il settore consumatore di acciaio assai forte in Italia, lasciando campo libero nel settore dei prodotti piani l’intero Mediterraneo e il Medio Oriente.

Forse non è sfuggito ai signori Mittal che nemmeno il capitale pubblico potrebbe risultare un osta colo al loro disegno. Infatti, per rilanciare Taranto e la filiera non servono solo capitali ma manager siderurgici di primo livello. Dalla siderurgia privata italiana non è giunto nessun segnale concreto di disponibilità. I vecchi manager pubblici si godono da anni la pensione in Costa Azzurra. I Riva si sentono esuli i Patria nonostante macinino nei loro stabilimenti oltre 3 milioni e mezzo di fatturato. I Rocca guardano dall’altra parte. I cinesi premettono ad ogni discorso quanti miliardi lo Stato mette sul tavolo. I tedeschi? Pare che ad un Giuseppe Conte in cerca di aiuto la Merkel abbia ricordato i mandati di cattura e di carcerazione emessi dalla Magistratura Italiana ai vertici di Thyssen. Un nodo quello dell’Ilva di difficile soluzione.

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