Investimenti dall’estero: perché non riusciamo a trattenerli in Italia

E’ recente la polemica sorta sul caso dell’ ex Ilva di Taranto, e sulle motivazioni addotte dall’Arcelor Mittal per chiamarsi fuori dalla gestione dell’acciaieria. Trattasi di un esempio di come il rischio legale sia percepito dagli investitori esteri come uno dei principali fattori di deterrenza ad entrare nel nostro paese.Ma la lista delle problematiche attinenti il settore, seppure di molto minore impatto economico rispetto al caso Ilva, si sta da tempo allungando, e travalicando l’ambito industriale per coinvolgere quello geopolitico e della sicurezza nazionale. Alle mire di natura anche geoeconomica, con le quali i cugini francesi hanno pensato di allargare il loro controllo societario su molte importanti aziende nazionali operanti in settori strategici, come quello delle telecomunicazioni, il bancario e il manifatturiero, si vanno da tempo aggiungendo i rilievi critici da più parti sollevati in relazione ai presumibili  intenti predatori   con i quali gruppi industriali/finanziari cinesi intenderebbero acquisire  nostre aziende, sia nei comparti dell’innovazione industriale, che in quelli tradizionali e maturi. Si ha l’impressione, esaminando il fenomeno complessivo degli (IDE) investimenti diretti esteri in Italia (FDI nell’acronimo inglese), che talune delle problematiche indicate avrebbero potuto – e tuttora possono – essere risolte.  Trattasi di un impegno ineludibile perché di forte pregnanza politico-economica in quanto, come si tenterà di dimostrare, il nostro paese ha un bisogno estremo di attrarre stabilmente investitori esteri. In generale per contrastare la stagnazione economica ma, nello specifico, per risolvere le sempre ricorrenti crisi aziendali trovando un partner estero – in assenza di uno nazionale – che sia disposto ad evitare dolorose rilocazioni all’estero. Peraltro nel nostro paese si è ampliata nel tempo la frammentazione degli organismi istituzionali deputati a  sovraintendere all’attività di attrazione di partner esteri, non esclusivamente per situazioni di crisi aziendali. Alle iniziative di composizione gestite ai tavoli del MISE si devono aggiungere le azioni di individuazione all’estero esercitabili da Invitalia, da ICE (MAECI) e, in taluni casi, interventi di natura finanziaria della CDP, così come il supporto informativo da parte delle amministrazioni regionali. Una diversa problematicità prospettica è invece quella riconducibile alla recente normativa a tutela degli asset strategici. Che sta assumendo pervasività e genericità applicative tali da non stimolare potenzialmente l’attrazione di capitali esteri in numerosi settori, ma in specifico in quelli delle telecomunicazioni e dell’ICT relativo. A ciò si aggiungano le implicazioni di natura legale connesse al fatto che  la funzione di normazione e regolazione degli investimenti diretti esteri, tra paesi membri della UE e singole nazioni, ovvero gruppi di nazioni estere, è oggi parte integrante degli accordi di libero scambio (FTA), gestiti direttamente dalla Commissione stessa per tutti i paesi membri. A livello nazionale rimane, dunque, da gestire lo strategico ruolo di attrazione e mantenimento degli IDE in un contesto reso sempre più complesso da fattori connessi a crisi economico-finanziarie, guerre tecnologico-commerciali, tensioni e avventurismi di natura geopolitica.

Cosa ci dicono le statistiche dei flussi

Per comprendere l’esigenza e l’importanza di una politica adeguatamente focalizzata su attrazione e mantenimento degli IDE in Italia a fini di crescita economica,  basta dare uno sguardo all’indicatore per antonomasia a questo proposito. Ovverosia al ridotto peso percentuale degli Investimenti fissi lordi sul PIL: 17,7%, nel 2018 secondo i dati Istat. Circostanza che spiega come l’apporto degli FDI potrebbe quindi ben contribuire a rendere meno asfittica l’attuale crescita del PIL. Ma, per passare ai dati di fatto in merito all’attrattività relativa degli IDE per un paese come l’Italia, è bene considerarne l’evoluzione almeno nel recente periodo  post-crisi Lehman. Le statistiche dei flussi annuali degli IDE registrati da Istat- Bankitalia – e riferite al quinquennio 2014-2018, ved. tabella sottostante – evidenziano in primo luogo per l’Italia un saldo positivo, a livello mondiale, di 4,7 miliardi per entrate di IDE superiori a quelli in uscita. Da puntualizzare che rientrano in tale posta i flussi relativi sia al capitale di rischio che agli strumenti di debito (come i cosiddetti intracompany loans). (1)

Tabella 1 Statistiche dei flussi annuali degli IDE 

Fonte: Banca d’Italia e Istat – In Milioni Euro

(1) Dati elaborati secondo il principio asset/liability previsto dagli standard internazionali del manuale della bilancia dei pagamenti (b) Dati provvisori

Ma le sorprese non mancano. In quanto la “vecchia” Europa si conferma ancora come l’unica grande area mondiale in grado di generare complessivamente in questi anni un elevato saldo positivo per l’Italia, con 74.6 miliardi di Euro di IDE in entrata complessivi in Italia a fronte di 25,9 ca miliardi in uscita dall’Italia all’Europa nei 5 anni in esame. Uno sguardo ai dati di consistenza consente di esaminare  anche l’effetto dovuto all’accumulazione dei flussi degli IDE negli anni precedenti a tale periodo. E, da questo angolo visuale, emerge come   il Regno Unito e la Francia abbiano  generato le più elevate quote  di investimenti diretti  cumulati in Italia, rispetto a quelli analoghi  effettuati dall’Italia in tali due paesi. In relazione alla Francia, il valore medio delle consistenze annuali degli IDE in entrata  in Italia è risultato nel periodo di 74,6 miliardi di Euro, mentre quello dei nostri Ide verso la Francia di 31,3 miliardi. In relazione al Regno Unito la situazione non appare dissimile, con una consistenza media annua di 51,8 miliardi di IDE verso l’Italia e di 32,4 miliardi di nostri Ide verso la UK. Se il divario di consistenza tra Parigi e Roma spiega buona parte  delle strategiche manovre dei grandi gruppi d’oltralpe su numerose nostre aziende, leader a livello settoriale, nel caso del Regno Unito, l’elevatezza dei loro investimenti in Italia può ora giustificare  preoccupazioni di altro genere, e  collegate ad implicazioni di natura regolamentare che potrebbero emergere in caso di hard Brexit.

Tabella 2 Consistenze IDE annuali

Fonte: Banca d’Italia e Istat – In Milioni Euro

In particolare per quanto riguarda il controllo societario di aziende proprietarie o gestori di asset a valenza strategica nel nostro paese.  Anche altre nazioni, come Olanda e Lussemburgo, evidenziano valori rilevanti di tali consistenze. Ma, l’elevatezza della volatilità e la frequenza delle inversioni interannuali dei flussi dei relativi IDE  lascia presumere che  la loro movimentazione sia spiegabile sulla base di motivazioni più di natura fiscale/finanziaria (rischio macroeconomico dell’Italia) che di supporto all’economia reale. In relazione ai paesi dell’America si evidenzia invece  uno sbilancio a nostro sfavore. Con riferimento agli USA in particolare, va detto che la consistenza media degli IDE provenienti da tale continente è apparsa pressocchè statica, con flussi incrementali in entrata pari a solo a 1,8 miliardi di Euro tra il 2014 ed il 2018, a fronte invece di nostri flussi in uscita verso gli USA complessivamente incrementati nello stesso intervallo di tempo di oltre 11,6 miliardi di Euro. Come prevedibile, tale diversificazione assume valori iperbolici nel confronto con il continente africano. In tal caso la somma dei nostri IDE in uscita verso i paesi africani tra il 2014 ed il 2018 ha superato di oltre 17 volte l’analogo flusso in entrata dall’Africa. Ciò che invece sarebbe stato difficile immaginare sono i termini del confronto con l’Asia, e con la Cina in particolare. Se l’incremento della consistenza annuale degli IDE tra 2014 e 2018 diretti in Asia ha raggiunto la ragguardevole cifra di 18,6 miliardi di Euro, l’analoga posta relativa all’incremento della consistenza dall’Asia si attesta a soli 1,3 miliardi, quasi 14 volte di meno. A fronte di una consistenza media annua dei nostri IDE verso l’Asia di 50,5 miliardi, da raffrontare con quella inversa di soli 8,6 miliardi. Estremamente diverso, invece, il rapporto Giappone-Italia. Dato che il nostro paese risulta avere fatto rientrare IDE dal Giappone nel corso del precedente quinquennio più di quanti ne abbia attivati. Mentre Tokio ha continuato invece a riversare sul bel paese quasi 400 milioni aggiuntivi annui tra 2014 e 2018. Situazione ancora del tutto opposta, e particolare, è quella che emerge dal confronto con la Cina. In tal caso la somma dei flussi annuali degli IDE italiani riversatisi sul Dragone – di 3,14 miliardi di Euro tra il 2014 ed il 2018  – è risultata pari a 14,6 volte quello degli investimenti cinesi in Italia: 215 milioni. Un gap spiegato certamente dal protrarsi delle politiche di delocalizzazione di nostre imprese in Cina, che già avevano raggiunto traguardi rilevanti. Dato che la consistenza dei nostri IDE in Cina già nel 2014 risultava pari a 8,06 miliardi di Euro mentre quella cinese in Italia nello stesso anno ammontava a 1,05 miliardi. Da questo punto di vista un incremento degli IDE da parte di una grande potenza  come la Cina, anche in relazione alla BRI, sarebbe davvero utile. Ma sono note le obiezioni di natura geopolitica che ne potranno rallentare l’implementazione. (Per una puntuale comparazione di tali risultati con il grado di attrattività relativa di altri grandi economie della UE sarebbe necessario affidarsi ai dati di una fonte diversa: il database dell’UNCTAD).

Conclusioni e proposte

Da quanto sopra, emerge in sintesi che l’Italia, per quanto appaia a livello globale beneficiario netto di investimenti dall’estero, dato lo stato di stagnazione economica in atto dovrebbe non solo aumentare tale divario tra entrate ed uscite di IDE, ma soprattutto essere maggiormente capace di indirizzarli sui settori ed impieghi specifici, in linea con priorità e prerogative della politica industriale e di miglioramento dei servizi.Per contrastare in particolare la grave stagnazione economica, maggiori sforzi  dovrebbero essere fatti sul piano della politica istituzionale ed economica a cominciare da azioni per il raggiungimento di un quadro di stabilità politica e normativa che si rifletta, a livello macro su riduzione e stabilità dello spread – idoneo a non ripercuotersi negativamente sulle componenti finanziarie degli IDE –  e a livello microeconomico su di una politica industriale che selezioni i microsettori nei quali il nostro paese presenta vantaggi competitivi attuali e prospettici. Una unica cabina di regia ad hoc, avvalendosi di informazioni fornibili da  con la CDP – e talora anche dall’intelligence istituzionale –  dovrebbe inoltre ideare e condurre sistematiche  azioni di informazione sul campo per invitare partner esteri (loro governi e Fondi sovrani) su tali microsettori o nicchie, oltre a favorire iniziative di back-shoring industriale, rese ora più facili dagli sconvolgimenti delle filiere produttive connessi ai conflitti commerciali in atto.  Trattasi di azioni politico-istituzionali che dovrebbero potere essere addirittura programmabili nel tempo, data la conoscenza ormai prospettica delle imprese che entreranno in crisi, resa fattibile dal nuovo Codice della crisi d’impresa,  e dall’operato dell’OCRI (Organismo di Composizione della Crisi).

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