La classe dei precari

 “Maledizione! Diventa pericoloso essere poveri, in questo Paese. Non ti pare? …Lo è sempre stato.”  John H. Bridges (Jeff Bridges) e James Averill (Kris Kristofferson) da i Cancelli del Cielo di Michael Cimino.

Da alcuni decenni assistiamo alla controversa affermazione di una economia di mercato globale. I mercati sono stati, così, aperti e integrati, ed è apparsa una nuova élite economica che con il possesso dei diritti di proprietà intellettuale ha fatto sì che una piccola minoranza di persone raccogliesse gran parte del reddito disponibile. Globalizzazione, tecnologia e finanziarizzazione hanno, così, determinato una generale riallocazione della produzione e dell’occupazione. La riallocazione ha determinato una evidente riduzione dei costi della produzione ed un potere maggiore del capitale sul lavoro figura 1.

Fig.1 La quota di capitale nel reddito nazionale

Piketty (2013, figura 6.5, p. 351). Per fonti e dati si veda: piketty.pse.ens.fr/ capital21c. Fonte: Franzini, Pianta (2016, fig.2.2 pg. 38)

A livello mondiale l’offerta di manodopera è quadruplicata con circa due miliardi di persone che sono diventate parte della forza lavoro del mercato globale. Tali processi hanno determinato una innegabile pressione al ribasso sulle retribuzioni della forza lavoro nel mondo occidentale. Appare evidente come questa situazione non cambierà nei decenni futuri. Sotto questa riorganizzazione del capitalismo post-industriale si è realizzato un aumento consistente della diseguaglianza sociale determinando una nuova composizione delle nostre società. La nuova struttura appare così comporsi in una élite economica, con forme di accumulazione in termini di rendita finanziaria, immobiliare e intellettuale sempre più intense. Sotto a questa vi è la presenza di una classe salariata, individui in possesso di un lavoro associato a qualche forma di status contrattuale nella concezione che ne dava Alain Supiot. Il lavoro salariato a tempo indeterminato che nei decenni del compromesso socialdemocratico rappresentava il Nirvana della nostra società appare sempre meno consistente e sempre più turbato dal destino dei loro figli. Sotto la classe dei salariati vi è il precariato e infine una moltitudine di persone abbandonate nelle strade in una condizione di estrema povertà. Stiamo affrontando, quindi, una nuova Gilded Age dove la quasi totalità del prodotto interno lordo dei maggiori paesi occidentali va verso una minoranza di soggetti detentori della proprietà intellettuale, commerciale e finanziaria dei processi economici mentre i salari rimangono in una condizione di stagnazione “contrariamente a quanto affermato dalla teoria consolidata, la flessibilità del mercato del lavoro fa crescere il numero di lavoratori occupati meno di quanto faccia ridurre le retribuzioni dei lavoratori. Come si direbbe in gergo tecnico, genera una riduzione del monte salari (Dutt. et al 2015). Canali, Liotti (2019).

In altri termini, le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro non hanno agito positivamente sull’occupazione ma soltanto sul livello dei salari, accelerando la discesa della quota del PIL che va ai redditi da lavoro, determinando una situazione sociale esplosiva (Realfonzo, 2018)

Ma in questa nuova composizione sociale che cosa realmente intendiamo per precariato. Al di là delle definizioni di carattere giuridico e normativo, si può delimitare in termini sociologici la condizione di precario? E a quali esiti l’esplosione della flessibilità strutturale e quindi del lavoro contingente e precario sta conducendo la nostra società?

Per rispondere a queste domande sembra utile esaminare le analisi di Guy Standing. A differenza di altri studi, infatti, lo studioso britannico ci offre del precariato una dimensione collettiva, rappresentandola come una nuova, distinta classe sociale strutturata. Classe che si caratterizza per la sua instabilità professionale ed esistenziale. Una classe a cui non è consentito di costruire alcuna narrativa professionale. Nessuna esperienza che consente al precario di asserire “sto diventando qualcosa”.

Altro fattore di comunanza dei soggetti precari è quello di realizzare lavoro per il lavoro. Attività che non sono riconosciute, remunerate e spesso ignorate, ma sono indotte perché altrimenti i precari subiranno conseguenze in termini normativi o moralistici. Il precariato è poi consapevole che il suo livello di istruzione è al di sopra delle professioni che spera realisticamente di raggiungere. Questo è quello che crea la visione del precario. Una incapacità strutturale di sapere qual è l’utilizzo migliore del tempo a sua disposizione. Il precariato può così considerare il lavoro solo a livello reddituale, spesso con pagamenti cottimali. Un errore, una decisione sbagliata e i precari potrebbero essere lì fuori nelle strade, nel loro immaginario, vicino alla moltitudine degli abbandonati.

Ma come ha reagito il precariato a questa situazione, come si è evoluto e quale inclinazioni ideali e sociali ha sviluppato? Per Standing la classe del lavoro precario si è composta in tre distinti gruppi (Standing, 2011). Il primo chiamato il gruppo dei precari atavistici. Lavoratori contingenti che guardano al passato con rimpianto. Il “prima”, il tempo dei loro padri e delle vecchie comunità del capitalismo industriale è il mondo da riedificare. Un tempo di rispettabilità del lavoro industriale, dal settore siderurgico a quello automobilistico e manifatturiero, composto da operai e artigiani. I precari atavistici hanno ricevuto una educazione improntata sulla identità del lavoro e della comunità nativa. Crescendo, però, loro i figli di quei padri operai o artigiani non hanno incontrato nessuna di queste forme ideali e sociali, e vivono, così, in un continuo senso di privazione e scoramento per il passato smarrito. Spesso gli atavistici non hanno un alto grado di istruzione e sono soggetti così alle forme di suggestione rivendicazionista post-conservatrici o post-reazionarie, plasmate da un idealizzato recupero delle forme comunitarie e identitarie smarrite, per ritrovare quel Nirvana industriale comunitario perso nei meandri della globalizzazione finanziaria. Cadono così facilmente nell’assenso verso ideali politici e sociali che potremmo definire come xenofobi e nazionalisti. Così, il voto verso partiti conservativi è letto come un desiderio velleitario di tornare ai principi tradizionali, che sono, però, idealizzati, non corrispondenti alla realtà passata che si vorrebbe riesumare. Contrastando una nuova fase di sviluppo che offre grandi opportunità, ma solo per i winners, esacerbando le disuguaglianze già presenti soprattutto in assenza di provvedimenti da parte degli Stati e degli organismi internazionali. Più che un ritorno al “comunitarismo” e al “materialismo” si dovrebbe parlare, quindi, di ritorno alla “preistoria”, in quanto, come dimostrato anche da studi antropologici, la paura verso la diversità – è il relativo bisogno di sicurezze – è un retaggio di atteggiamenti atavici di difesa di un mondo ideale comunitario sempre più minacciato da forze esterne economiche e sociali, una sorta di atavica lotta per la sopravvivenza.

In particolare, quindi l’insicurezza e l’instabilità economica ed esistenziale dei precari atavistici sembra facilitare l’affermazione dei movimenti autoritari e post-conservatori in Europa e in generale nel mondo occidentale, ricomponendo una politica di visioni e archetipi forti e identitari. Nel più recente lavoro di Inglehart (2018) il post-conservatorismo autoritario viene analizzato come un fenomeno nuovamente alla ribalta,“the Authoritarian Reflex”, supportato da classi sempre più chiuse, impaurite e tradizionaliste che temono il diverso e presentano derive xenofobe. A determinare questa tendenza sarebbe stata la crescente insicurezza e instabilità (proprio come la sicurezza determinata dalla stabilità del dopoguerra nel secolo XIX aveva invece determinato il post-materialismo, “the Silent Revolution”, con la ricerca di idee e movimenti politici rappresentanti bisogni meno primordiali e più spirituali). Tale ritorno all’autoritarismo sarebbe quindi causato non tanto da un rallentamento delle economie globali quanto da una disparità nella redistribuzione dei profitti. Inglehart (2018) fa corrispondere questo momento anche ad un altro evento epocale: l’avvento della “Artificial Intelligence Society”: una nuova fase di sviluppo che offre grandi opportunità, ma solo per i detentori dei mezzi di produzione.

La seconda dimensione del precariato consiste nel gruppo cosiddetto dei nostalgici, migranti, rifugiati, appartenenti a minoranze etniche. Definiti da Standing come nostalgiciperché non hanno un senso di identità territoriale, di casa, cambiano spesso luogo di vita, devono accettare qualsiasi tipo di privazione lavoristica, ma ogni tanto la pressione e le ingiustizie diventano troppo alte e deflagrano in forme di proteste intense e drammatiche.

La terza dimensione del precariato consiste in quella definita dai progressisti. I precari progressisti hanno ricevuto un’alta formazione, i loro genitori gli hanno rappresentato un futuro dove grazie alla formazione avrebbero avuto un futuro certo e appagante. Terminati gli studi, però, anche questo gruppo del precariato si ritrova senza una narrazione professionale certa e spesso in una condizione di indebitamento insolvibile che si estende sempre più nel futuro. Questo terzo gruppo di precariato potrebbe finire nell’anomia, nella alienazione con forme di costernazione e un continuo senso di ansia, ma soprattutto è soggetto a un sentimento di rabbia. Fortunatamente questa parte del precariato non cade nelle suggestioni post-conservatrici e post-reazionarie, mostra una visione di progresso, una strada per il paradiso. Consapevoli che la realtà di protezione e distribuzione del reddito del XX secolo è andata a pezzi e non tornerà mai più. La soluzione allora è quella di costruire un nuovo sistema di distribuzione del reddito basato su diversi principi conformi al nostro tempo. È così che l’economista britannico afferma come l’attuazione di misure radicali di redistribuzione del reddito diventa un processo naturale, irreversibile: Soltanto una radicale rottura del sistema di distribuzione del reddito attuale appare come la soluzione più equilibrata per evitare che le nostre società cadano inevitabilmente nella reazione antidemocratica e nell’angoscia xenofoba, garantendo un’evoluzione del welfare capace di realizzare una dimensione collettiva più giusta. Basic Income, nelle sue diverse modalità di attuazione, come diritto universale ad un salario di sussistenza diventa quindi una proposta non per affermare una radicalità ideale e politica ma per permettere alla società occidentale di mantenere un modello di welfare di tipo universalistico e non settario. Definire un’agenda per il futuro in grado di permettere una più giusta riallocazione delle rendite delle proprietà e che consenta al precariato di allontanarsi dalle diverse forme di sfruttamento garantendogli di partecipare attivamente alle opportunità della nostra società. Che consenta, quindi, l’affermazione del precariato come “trasformative class”, abolendo le condizioni che definiscono la sua esistenza e le sue inclinazioni più distruttive.

*Ricercatore presso l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP)

**Ricercatore presso INAPP – Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche; Socio fondatore e attivista del Forum Disuguaglianze Diversità: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/

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