L’eredità dell’acciaio in Europa, tra venti di crisi e la ricerca di un futuro più verde

di VALENTINA NERI

Dopo le centrali a carbone, in Europa le industrie che emettono più CO2 sono quelle siderurgiche. Ora più che mai, il settore acciaio necessita di un profondo ripensamento in chiave sostenibile.

Andando a scandagliare il registro ufficiale delle società più inquinanti stilato dalla Commissione europea, le prime posizioni sono monopolizzate dalle centrali a carbone. Tanto dannose, quanto ormai sorpassate a livello economico e tecnologico. Quelle alimentate a lignite sono responsabili del 17 per cento delle emissioni coperte dal sistema di scambio comunitario, pur avendo generato soltanto il 9 per cento dell’energia elettrica. Vale lo stesso principio per quelle alimentate ad antracite: producono il 13 per cento delle emissioni ma solo il 10 per cento dell’energia elettrica.

Qualcosa, però, sta cambiando. La lista di Stati che promettono di chiudere i conti col carbone si allunga sempre più e ormai comprende anche Italia, Francia, Spagna e GermaniaQuattro centrali su cinque hanno il bilancio in rosso. Come risultato, nel 2019 le emissioni del settore energetico europeo hanno segnato un meno 13 per cento rispetto all’anno precedente. A trascinarle verso il basso sono proprio quelle del carbone che, pur rimanendo stratosferiche in valore assoluto, sono letteralmente crollate del 43 per cento a partire dal 2013.

Dopo il carbone, l’osservato speciale è l’acciaio

Non è ancora il momento di abbassare la guardia, perché basta scorrere la graduatoria dei grandi inquinatori per capire a colpo d’occhio quale sarà il prossimo osservato speciale. Stiamo parlando dell’acciaio. Come sottolinea un’analisi del think tank Ember, nel 2019 gli altiforni (sempre alimentati a carbone) sono stati la maggiore fonte di CO2 in Francia, Regno Unito, Austria, Finlandia, Slovacchia e – per la prima volta – anche Spagna e Paesi Bassi. Nel suo insieme, il settore siderurgicoha generato l’8 per cento delle emissioni coperte dal sistema di scambio europeo. Ma l’80 per cento di questa enorme quantità di CO2 è riconducibile ad appena una trentina di impianti.

Ilva, Italia

Nell’elenco dei dieci stabilimenti siderurgici più inquinanti c’è una “vecchia conoscenza”: l’Ilva di Taranto, al centro di una bufera politica e giudiziaria che si trascina da anni. All’inizio di marzo era stato firmato l’accordo tra il governo italiano e ArcelorMittal, che comprendeva un piano industriale 2020-2025 e la promessa di una “graduale decarbonizzazione”. Poi è arrivato il coronavirus, con migliaia di dipendenti in cassa integrazione a turno e le inevitabili tensioni sociali che ne sono derivate. Sui progetti per il futuro nessuna notizia o quasi. Se il nuovo contratto d’investimento non verrà sottoscritto entro il 30 novembre, la proprietà sarà autorizzata a tirarsi indietro pagando una penale di 500 milioni di euro.

Una via d’uscita potrebbe arrivare dal Green deal europeo, il colossale piano volto ad azzerare l’impatto climatico dell’Unione entro il 2050, per il quale la Commissione ha promesso di mobilitare mille miliardi di euro in un decennio. Uno dei suoi pilastri è il meccanismo per una transizione giusta, che intende supportare le regioni ancora legate a doppio filo all’economia fossile, accompagnandole verso una rivoluzione verde che “avvenga in modo equo e non lasci indietro nessuno”.

Nella relazione sull’Italia pubblicata a fine febbraio 2020, la Commissione indica proprio l’Ilva – insieme all’area carbonifera del Sulcis Iglesiente – come area eleggibile per gli investimenti del fondo. Sottolineando come siano parecchi i fronti su cui intervenire: le infrastrutture per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, la decontaminazione e la riconversione dei siti, l’insediamento di nuove imprese e startup, la formazione dei lavoratori e la ricerca di nuovi sbocchi occupazionali.

Port Talbot, Galles

Per trovare l’inquinatore numero uno del Regno Unito bisogna dirigersi in Galles, nella baia di Swansea, epicentro di una tradizione siderurgica che nasce addirittura nel 1901. Ora le acciaierie danno lavoro a circa quattromila persone e sono di proprietà del gruppo industriale indiano Tata, un gigante da oltre cento miliardi di euro di fatturato nel 2019. Da anni, però, si rincorrono voci su una possibile chiusura.

Già nel 2016 la proprietà aveva minacciato di cedere tutte le sue operazioni nel territorio britannico, rese antieconomiche dalle importazioni di acciaio cinese a basso costo, dai prezzi elevati dell’energia e da una domanda sempre più debole. Accantonata l’idea di una fusione con ThyssenKrupp, la produzione è andata avanti tra mille difficoltà e continue richieste di sussidi allo Stato. L’ultima in ordine di tempo è stata avanzata a maggio, a seguito del crollo degli ordini internazionali dovuto alla pandemia da coronavirus.

IJmuiden, Olanda

Sempre a Tata fanno capo le acciaierie di IJmuiden, sulla costa dell’Olanda settentrionale, che nel 2017 hanno festeggiato il secolo di storia. Il gruppo indiano le ha acquisite nel 2007, salvo poi chiudere un altoforno l’anno successivo a causa di una domanda troppo scarsa per giustificare gli enormi costi.

Fino a oggi, comunque, le performance economiche dello stabilimento si sono mantenute su livelli visibilmente migliori rispetto a quelle di Port Talbot, anche se a pagarne il prezzo è stato soprattutto il clima. Con 6.272 chilotonnellate di CO2 emesse nell’arco del 2019, infatti, quello delle acciaierie di IJmuiden è il primo nome olandese che si legge nella classifica dei grandi inquinatori stilata dalla Commissione europea. In queste ultime settimane circolano sulla stampa diverse indiscrezioni che vedono il colosso indiano pronto a smembrare le proprie operazioni in Europa, tagliando migliaia di posti di lavoro per sopravvivere alle difficili condizioni di mercato. Per ora, tuttavia, si tratta solo di voci non confermate.

Scunthorpe, Inghilterra

Le travi a doppia T usate nelle ferrovie di mezz’Europa hanno qualcosa in comune. Arrivano quasi tutte dalle acciaierie del Lincolnshine, nel nord dell’Inghilterra, una zona tradizionalmente povera e lontana anni luce dalla vivacità londinese.

In passato, come si legge nel lungo reportage di Simone Filippetti, le acciaierie della British Steel hanno fatto economicamente la fortuna della città di Scunthorpe. Negli ultimi tre decenni la crisi dell’acciaio inglese si è fatta sentire, tant’è che nel 2016 il fondo di private equity Greybyll Capital ha acquisito British Steel dagli indiani di Tata al prezzo simbolico di una sterlina, per poi gettare la spugna dopo appena tre anni. La società, entrata ufficialmente in fase di liquidazione il 22 maggio 2019, è stata mantenuta in vita dalle iniezioni di liquidità del governo britannico nell’attesa di un acquirente. Andata in fumo anche la controversa trattativa con Ataer, società controllata dal fondo pensione dell’esercito turco, sono subentrati i cinesi di Jingye Group con un’offerta da 78 milioni di euro e un piano di rilancio e ammodernamento degli impianti.

Quel che è certo è che l’industria è al secondo posto tra quelle che emettono più CO2 nel Regno Unito con 4.525 chilotonnellate nel 2019, dopo un’altra acciaieria in crisi (Port Talbot) e prima di una centrale elettrica (Pembroke, in Galles). E che il settore siderurgico britannico si deve accontentare di un ruolo sempre più marginale: se nel 1971 dava lavoro a 300mila persone, nel 2016 gli addetti erano appena 32mila, per una valore produttivo di 1,79 miliardi di euro, pari allo 0,1 per cento dell’economia nazionale e allo 0,7 per cento dell’output manifatturiero (lo dicono i dati ufficiali del governo).

U.S. Steel Košice, Slovacchia

Spirano venti di crisi anche a Košice, la seconda città più popolosa della Slovacchia dopo la capitale Bratislava, meta di migliaia di studenti per le sue due università. Il suo gigantesco complesso siderurgico è l’unico avamposto europeo del colosso di Pittsburgh U.S. Steel, che l’ha acquisito nel 2000 e da allora ha investito centinaia di milioni di dollari per modernizzare gli impianti. Con quasi 12mila addetti, la sussidiaria locale della multinazionale a stelle e strisce è uno dei più rilevanti datori di lavoro privati nell’intera Slovacchia. Ma è anche al primo posto assoluto in quanto a emissioni di gas serra, con 5.023 chilotonnellate di CO2 nell’arco del 2019.

Anche in ottica di mercato, ultimamente le sue prospettive appaiono quanto mai incerte. Già nell’estate del 2019 la proprietà aveva annunciato la disattivazione di un altoforno che avrebbe comportato una sforbiciata a 2.500 posti di lavoro nell’arco di due anni, puntando il dito contro il sistema europeo di scambio delle emissioni che a detta sua farebbe lievitare i costi rendendo molto più competitive le importazioni da paesi terzi. Di conseguenza il sito slovacco ha chiuso l’anno con una produzione di 3,59 milioni di tonnellate (contro i 4,45 milioni del 2018) e una perdita pre-tasse pari a 57 milioni di dollari (l’anno precedente aveva segnato un utile di 359 milioni). E ancora non era arrivata l’emergenza sanitaria, che ha ulteriormente affossato la domanda portando l’azienda ad accelerare il ritmo di licenziamenti e pre-pensionamenti.

La tecnologia apre nuovi orizzonti per l’industria

L’immaginario della siderurgia corrisponde a quello dell’industria “pesante” per eccellenza, ma ciò non significa che non si possa evolvere in una direzione più sostenibile. Anzi, proprio questo momento di crisi su più fronti può innescare una riflessione costruttiva. C’è anche l’industria a basse emissioni di CO2 tra le catene del valore strategiche su cui la Commissione europea intende incentrare la sua politica industriale da qui al 2030. Le raccomandazioni ufficiali per i settori dell’acciaio, della chimica e del cemento prevedono di investire in ricerca, sviluppo e nuove tecnologie, al fine di abbattere del 95 per cento le emissioni.

Nel caso dell’acciaio, le tecnologie già ci sono: da un lato i forni a idrogeno, dall’altro lato i forni elettrici (noti ai tecnici con la sigla Eaf, electric air furnaces) alimentati dalle energie rinnovabili, per cui l’Italia è già all’avanguardia. Bisogna perfezionarle, certo, per poterle introdurre su larga scala. E visto che spesso si parla di intervenire su impianti ciclopici che hanno alle spalle un secolo di storia e garantiscono una fonte di reddito a migliaia di famiglie, non è pensabile che le aziende possano affrontare un cambiamento del genere solo con le loro forze, né tanto meno che le istituzioni possano calarlo dall’alto. In parallelo, bisogna incrementare ulteriormente la produzione di energie pulite, nell’ottica di soddisfare un fabbisogno sempre più alto. Ancora una volta, quindi, la transizione verde assume i contorni di un gioco di squadra.

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