Manovra 2019, le modifiche dopo l’accordo UE

Clausole di salvaguardia più severe (aumenti IVA più cospicui), web tax, parziale blocco della rivalutazione per le pensioni, meno risorse per reddito di cittadinanza e quota 100, piano di dismissioni immobiliari: sono alcune delle modifiche contenute nel maxi-emendamento alla manovra 2019 presentato dal Governo in Senato, dopo l’accordo con l’Europa che evita la procedura di infrazione. La Legge di Bilancio approda quindi nell’aula di Palazzo Madama, dove prevedibilmente i lavori saranno veloci, con approvazione tramite voto di fiducia.

Partiamo dalle clausole IVA: gli aumenti programmati scattano nel caso non si raggiungano i previsti saldi di bilancio. In base alla nuova modulazione, l’aliquota ordinaria potrebbe salire nel 2020 al 25,2% e nel 2021 al 26,5%, mentre quella ridotta si porterebbe al 13% dal 2020. Il vicepremier Matteo Salvini ha comunque già rassicurato: «non aumenteremo l’IVA quest’anno e non l’aumenteremo nei prossimi anni».
Altra novità, tassa web al 3% per le imprese che gestiscono piattaforme digitali se fatturano almeno 750 milioni di euro a livello globale, di cui 5,5 milioni derivanti da servizi digitali.

Per quanto riguarda le due misure simbolo di questa manovra, come già anticipato nei giorni scorsi, scendono i finanziamenti per reddito di cittadinanza e quota 100 (in entrambi i casi, le norme saranno contenute in appositi decreti legge, da formulare dopo la manovra).

Le risorse per il reddito di cittadinanza ci sono in tutto 7,1 miliardi. Da aprile, il sussidio spetterà in misura piena (780 euro al mese) a chi è sotto la soglia di povertà (intorno ai 9mila euro annui). L’ipotesi è quella di far durare il reddito di cittadinanza 18 mesi, durante i quali è previsto un percorso di reinserimento lavorativo (qui, il ruolo dei centri per l’impiego).

Per la quota 100 ci sono 4,7 miliardi nel 2019 (8 mld nel 2020, 7 mld nel 2021). Il decreto legge che conterrà la norma è previsto per l’inizio di gennaio. I primi assegni dovrebbero essere staccati in aprile. L’impianto è quello previsto: si va in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi. Ci saranno finestre di uscita trimestrali e il divieto di cumulo con reddito di lavoro (con determinati paletti).

Sempre in materia di pensioni, non tornerà la rivalutazione piena dal 2019, riservata solo agli assegni fino a tre volte il minimo, mentre per i trattamenti più alti c’è un meccanismo di perequazione parziale.

Fra le altre misure: niente mini IRES al 15% per gli enti non commerciali, che continuano quindi a pagare il 24%, piano di dismissioni immobiliari da 950 milioni per il 2019 e a 150 milioni per ciascuno degli anni 2020, e 2021.

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