Riformare l’Europa per far ripartire gli investimenti e salvare l’Europa

Il dibattito sulla stagnazione secolare, e sulle sue implicazioni in termini di politica fiscale e monetaria è già stato oggetto di ottimi saggi pubblicati in questa rivista (Di Bucchianico, 2018; Cassese, 2019). In questa sede si intende contribuire alla discussione sul tema, anche in relazione alle dinamiche di cambiamento strutturale collegate alle innovazioni tecnologiche (non da ultime, robotizzazione e automazione).

Andando oltre la diatriba tra Summers (2015) e Stiglitz (2018a, 2018b), si può infatti convenire sull’idea che siano in atto importanti dinamiche di cambiamento strutturale che, se non affrontate con le appropriate politiche economiche, possono condurre a periodi anche molto lunghi caratterizzati da disoccupazione e bassa crescita. La lunghezza di tali periodi, dipende in realtà dal momento in cui le politiche economiche appropriate vengono implementate.

Che sia in corso una dinamica di lungo periodo può essere facilmente dedotto dalla tendenza alla riduzione dei tassi di crescita del Pil procapite che caratterizza, in media, i paesi appartenenti all’ambito OCSE a partire dalla seconda metà degli anni ‘60.

Grafico 1 Tasso di crescita del Pil procapite

Fonte: World Development Indicators, World Bank

Anche le conseguenze sull’economia reale della crisi finanziaria del 2007 hanno qualcosa da insegnare. Per semplicità, confrontiamo i casi di Stati Uniti e Italia: nel primo caso c’è stata un’ampia crisi finanziaria, che ha impattato sull’economia reale fino a quando non si sono adottate le politiche fiscali espansive (e orientate all’innovazione del sistema economico) del piano Obama (pur con tutti i limiti evidenziati dallo stesso Stiglitz); nel secondo caso, la crisi finanziaria è stata in teoria meno grave, ma l’impatto sull’economia reale più forte e prolungato, anche perché le politiche fiscali espansive necessarie sono state limitate da un lato dai vincoli europei, dall’altro dall’elevato indebitamento che consente comunque meno margini di manovra.

Proprio lo stesso Stiglitz, con altri coautori (Delli Gatti et al., 2012), ha proposto una teoria di una “extended crisis” per spiegare la lunga durata della crisi, anche in relazione alla mancata attuazione delle politiche economiche appropriate. L’idea di fondo è un parallelo tra il ‘29 e la contemporaneità: il settore distintivo di una fase di sviluppo (agricoltura nel 1929, la manifattura oggi) sperimenta un notevole incremento di produttività, dovuto ad un repentino progresso tecnologico. A fronte di una domanda sostanzialmente satura, tale aumento di produttività porta ad una riduzione dei prezzi e ad una espulsione di lavoratori che, se non assorbiti da nuovi settori emergenti, comporta un aumento della disoccupazione e un calo della domanda interna. Questa migrazione del lavoro tra settori può essere difficoltosa e lenta. Se negli anni della Grande Crisi, la migrazione dall’agricoltura alla manifattura implicava una migrazione dalle campagne alle città, ora gli ostacoli al passaggio verso il settore dei servizi sono di diversa natura. Giocano un ruolo cruciale il capitale umano (dal lato dei lavoratori) e la capacità innovativa del sistema (dal lato delle imprese, ma anche dello Stato). Sono evidenti le analogie di questo approccio con quello tipico del “modello di Lewis” (Lewis, 1954).

Il rischio è che il lavoro non più necessario per produrre beni manifatturieri non sia (sufficientemente) sostituito da nuovi mercati per nuovi servizi. Il risultato è una prolungata contrazione della domanda aggregata, fino a quando una porzione significativa del lavoro espulso dai settori in declino non sarà riassorbita dai settori emergenti. Ammesso che mai lo sarà. Possiamo identificare nella manifattura a basso valore aggiunto il settore in declino e nei servizi avanzati il settore che dovrebbe essere in grado di rimpiazzarlo.

In effetti, la dicotomia tra manifattura e servizi rischia di essere troppo semplificativa (Valentini et al., 2017). Non è indifferente, ad esempio, se la transizione avviene verso servizi Knowledge Intensive (ad alto valore aggiunto e che pagano alti salari) o verso servizi Less Knowledge Intensive (come i servizi alla persona, che pagano salari bassi). In questo senso, la maggiore ampiezza della crisi reale che ha colpito l’Italia rispetto agli Stati Uniti potrebbe anche avere una spiegazione aggiuntiva alla mancanza dello stimolo fiscale: la lentezza dell’Italia nella transizione verso i servizi (obbligata anche dalla concorrenza internazionale sul manifatturieri low-tech) e la tendenza ad orientarsi verso servizi a basso contenuto tecnologico (bassi salari, impatto negativo su domanda aggregata). L’articolazione interna alla manifattura (“low tech” vs “high tech”) aiuta anche a fare luce sulla situazione della Germania: mantenere un livello elevato di competitività nei settori della manifattura high-tech consente di sostenere la domanda aggregata con salari elevati (e “distribuiti”, visto la progressiva riduzione delle ore lavorate da ogni singolo occupato evidenziata, ad esempio, dai dati OECD).

Per quanto riguarda l’ambito manifatturiero, le differenze tra paesi core  (Austria, Francia, Germania e Paesi Bassi) e periphery (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna) all’interno dell’area Euro sono evidenziate in Carnevali et al. (2019), che affronta il tema analizzando i fattori alla base dell’andamento della produttività del lavoro nella manifattura secondo l’approccio dell’ “equazione della produttività” proposta da Sylos‐Labini (1983, 1995). I loro risultati suggeriscono che l’”effetto Smith” (estensione dei mercati, misurata attraverso il valore aggiunto) e l’”Effetto Ricardo” (tentativo di sostituire lavoratori con “macchine” a causa dell’andamento del costo relativo tra lavoro e capitale) sono maggiori nei paesi core rispetto a quelli della periferia. L’opposto vale per l’”effetto organizzazione”, cioè l’aumento della produttività legato ad innovazioni organizzative a fronte dell’aumento del costo del lavoro, che sembra più importante nei paesi periphery. Questa ultima strategia, però, porta ad aumentare la produttività risparmiando sul fattore lavoro, e non posizionandosi nella manifattura ad alto valore aggiunto (high-tech).

Si pone un problema: fino a quando la Germania potrà mantenere rilevanti quote di mercato nei settori della manifattura high-tech? non rischia di subire la concorrenza dei paesi in via di sviluppo che fino ad ora ha riguardato più che altro la manifattura low-tech? Gli ultimi dati negativi dell’economia tedesca gettano delle ombre su questa situazione (Eurostat, 2019; The Conversation, 2019). Giova anche ricordare che, anche all’interno dei parametri UE, la Germania ha dei piccoli margini per manovre espansive della spesa primaria, dato il basso debito e la bassa spesa per interessi.

Se questa interpretazione strutturale della crisi è corretta, le politiche di austerity cronicizzano il problema, come per altro evidenziato nello stesso modello di Delli Gatti et al. (2012). Servirebbero investimenti pubblici orientati soprattutto verso la formazione, l’innovazione e la ricerca, in quanto avrebbero due effetti positivi: sostenere la domanda aggregata nel breve periodo (creando così un mercato per i “nuovi servizi”); agevolare la transizione verso i nuovi servizi (ad elevato contenuto di conoscenza) nel medio-lungo periodo.

In questo senso, la contraddizione che spacca l’Europa è drammatica: i paesi più “bloccati” in questo cambiamento strutturale (tra cui l’Italia) e che avrebbero più bisogno di un vero e proprio shock di investimenti pubblici, sono anche i più indebitati e, quindi, con minori spazi di bilancio (vista la reattività dei rendimenti dei titoli pubblici anche a fronte di piccole manovre in deficit). Di qui, la necessità di riformare l’Europa, su cui si tornerà più avanti.

In tema di aumento di produttività (tecnica) e rimpiazzo del fattore lavoro attraverso macchine ed automazione, è d’obbligo un riferimento alla questione della robotizzazione. In questo senso, i dati dell’International Federation of Robotics (2019a, 2019b) evidenziano come l’intensità di robot installati rispetto ai lavoratori sia nettamente maggiore nella manifattura rispetto ai servizi. E’ probabile che questo abbia giocato un ruolo nell’espulsione di lavoratori dalla manifattura (Graetz et al. 2017; Autor et al. 2018; Compagnucci et al. 2019). Ma guardando alla tendenza dei dati  dell’IFR negli ultimi anni, sembra emergere una nuova prospettiva: la crescita esponenziale dei robot installati nel settore dei servizi. In particolare, nel 2019, a livello mondiale, non è prevista una crescita nelle vendite di robot destinati alla manifattura (+0%) ed è prevista attestarsi in media sul +12% tra il 2020 e il 2022. La situazione è del tutto diversa nei vari sotto-settori dei servizi: a fine 2019 si un +33% nelle vendite dei “Professional service robots”, +35% nei “Service robots for domestic/household tasks”, + 8% per i “Service robots for entertainment”.

In prospettiva quindi, anche alcune categorie di servizi potrebbero subire le conseguenze della robotizzazione, con una diminuita capacità di assorbire lavoratori. Forse non è il caso di parlare di “fine del lavoro”, nell’immediato, ma è evidente che il problema si pone si porrà. Al di là della questione della ridistribuzione del lavoro, si vuole dare un’occupazione e, quindi, un reddito da spendere a tutti, o quasi, abbiamo bisogno di “inventarci” altri settori economici nel campo dei servizi. Da questo punto di vista, il pubblico può avere un ruolo determinante identificando questi nuovi settori in attività di reale interesse collettivo ma che non sarebbero esplorati dal privato perché nell’immediato non producono profitti (ricerca medica di base, energia e cambiamenti climatici, tutela della biodiversità, interventi per l’instabilità idrogeologica o nelle misure antisismiche, ricerca aerospaziale, etc…). L’evidente rilevanza delle esternalità  in questa situazione può essere compensata con sussidi mirati per determinati investimenti o con l‘assunzione di ruolo da protagonista per gli investimenti pubblici.

Gli investimenti e l’inefficacia della politica monetaria

 Le difficoltà dei privati ad individuare nuovi settori profittevoli in cui indirizzare gli investimenti potrebbe contribuire a spiegare l’inefficacia delle politiche monetarie nello stimolarli. Anzi, la disponibilità di “finanziamenti a buon mercato”, in assenza di sbocchi reali per gli investimenti, potrebbe essere un meccanismo che di fatto alimenta le bolle: si è passati dalla bolla dell’ICT a quella immobiliare e dei derivati, ma fondamentalmente di tratterebbe sempre della stessa bolla. Se il problema è strutturale, la politica monetaria non è lo strumento adatto per affrontarlo, in quanto gli investimenti non vanno genericamente stimolati (come fa una politica monetaria espansiva), ma indirizzati (come si può fare con una politica fiscale espansiva appositamente orientata). Da questo punto di vista, non si può non notare che il problema della deflazione e dell’inefficacia della politica monetaria si è manifestato in anticipo in Giappone, che negli anni ’80 aveva fortemente investito nell’automazione.

Una Unione Politica e fiscale per salvare l’Europa 

L’assetto istituzionale dell’UEM non sembra offrire gli strumenti di governance adeguati a questa fase dello sviluppo capitalistico. L’unica politica espansiva consentita è quella monetaria, perché in deflazione è compatibile con gli obiettivi di controllo dell’inflazione. Ma come detto, rischia di essere inefficace. I paesi che più avrebbero bisogno degli shock di investimenti (pubblici o sussidiati dal pubblico) di cui si è parlato precedentemente sarebbero proprio quelli con meno spazi di manovra all’interno dei vincoli per la politica fiscale. Anzi, forse è meglio parlare di “regioni”, perché in Italia, ad esempio, il problema si pone soprattutto per le regioni del meridione e più in generale è ben noto che in Europa quello che conta davvero sono le differenze regionali (Eurostat, 2019), non quelle tra Stati.

Sarebbe quindi necessario superare le mere regole sui bilanci statali e dotare l’UEM di un proprio bilancio (con proprie entrate fiscali e uscite sia correnti che in conto capitale) con il quale poter intervenire e fare politiche fiscali quando necessario. Anche perché darsi una regola fissa significa, per definizione, rinunciare ad adattare le politiche fiscali al mutare delle situazioni. A fine 2018 il rapporto debito/PIL complessivo dei 19 paesi aderenti all’Euro è stato pari all’85.9%. Con un bilancio e un debito comuni, ci sarebbero spazi per manovre in deficit, orientate sugli investimenti di cui si è trattato (che sostengono la domanda nel breve periodo e creano le condizioni per lo sviluppo ne lungo periodo) e indirizzate soprattutto verso le regioni più “bloccate” nel cambiamento strutturale.

Non sfugge che questo implicherebbe, inizialmente, una forte redistribuzione di risorse dalle regioni ricche (es: Germania) verso le regioni più povere (es: Italia Meridionale). Sopratutto se unito anche ad interventi comuni nel campo dell’assicurazione per la disoccupazione o del reddito minimo in generale, indispensabili quanto una normativa comune sul mercato del lavoro (altrimenti, è difficile parlare di mercato “unico” del lavoro). Ma nel lungo periodo anche per i paesi inizialmente svantaggiati (Germania) ci sarebbero probabilmente effetti positivi.

Come già sottolineato da molti (in questa rivista, si veda Realfonzo, 2019), “la soluzione è più Europa”. Occorre dare all’Europa gli appropriati strumenti di governance, per affrontare attraverso l’intervento pubblico e la redistribuzione della ricchezza la fase di cambiato strutturale e la lunghissima crisi che di fatto l’attanaglia dal 2008, combattendo disoccupazione e disuguaglianze (tra regioni e tra cittadini). E’ una sfida politica enorme. Ma sembra la sola risposta capace di estirpare alla radice il disagio sociale e l’insoddisfazione dei cittadini europei, che, tra l’altro, alimentano populismo e nazionalismo

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