Taranto, «l’area a caldo ex Ilva non chiuderà affatto»

di Federico Pirro

TARANTO – Occorre assoluta chiarezza e piena assunzione di responsabilità da parte di tutti – dal Governo alla Regione per arrivare al Comune – su quanto si starebbe discutendo in queste ore sul futuro dell’Ilva e del sito di Taranto, perché le dichiarazioni di Autorità nazionali e locali sono state sinora persino troppe, ma le ambiguità e le imprecisioni tecniche lo sono state altrettanto e rischiano di creare confusione nell’opinione pubblica.

Una prima doverosa precisazione: quando si afferma che chiuderà l’area a caldo dello stabilimento ionico si dice una cosa non vera e profondamente inesatta sotto il profilo impiantistico: l’area a caldo non chiuderà affatto, Taranto non diventerà un laminatoio di Arcelor Mittal o di chiunque altro, salvo che il Governo non lo abbia segretamente deciso (e concesso al Gruppo franco indiano) senza informare sia pure riservatamente partiti di maggioranza e di opposizione, Confindustria e Sindacati. Allora se ciò non fosse accaduto – come noi ci auguriamo, anche alla luce del protocollo del 4 marzo – bisogna dire che, se mai, potrebbero essere dismessi – ma non subito, e comunque in un lasso di tempo certo non breve – cokerie e altiforni che, però, verrebbero progressivamente rimpiazzati da forni elettrici. Pertanto a Taranto si continuerebbe a colare acciaio liquido, che verrebbe poi trasformato in un ciclo produttivo ben definito in coils, tubi e lamiere.

Se, pur con tutta la cautela necessaria – trattandosi di stabilimenti profondamente diversi – si volesse assumere come modello impiantistico per una rivoluzione possibile nel capoluogo ionico, l’acciaieria di Arvedi a Cremona – che ha una capacità di 3,4 milioni di tonnellate all’anno – allora bisogna sapere che in essa l’area a caldo comprende: 2 parchi rottame, ciascuno dedicato ad un forno elettrico; 2 forni elettrici per la metallurgia primaria, uno dei quali dotato di tecnologie consteel; 4 forni siviera per la metallurgia secondaria; 1 forno Vod (vacuum oxygen decarburizator); 2 laminatoi basati su tecnologie Arvedi Isp/Esp. L’area a freddo di quel sito invece comprende 3 linee di decapaggio in acido cloridrico, delle quali due in continuo e 1 di tipo push pull; 3 linee di zincatura a caldo, 2 linee di preverniciatura, 1 treno di laminazione, impiegato per la produzione di spessori ultrasottili zincati, e 8 linee di taglio.

Ma l’impianto di Taranto potrebbe attestarsi solo su una capacità di 3,4 milioni di tonnellate all’anno? Sicuramente no, avendone oggi una di 8 milioni e pertanto, volendola conservare, dovrebbero prevedersi 4 forni elettrici con le linee di lavorazione collegate a valle, o 2, ma con il ritorno in esercizio previo revamping dell’AFO5 che da solo assicura, com’è noto, il 40% della ghisa complessivamente prodotta nell’acciaieria locale.
Ora è del tutto evidente che, sin quando i forni elettrici da installare non verranno commissionati, costruiti dal fornitore, montati, raccordati agli impianti esistenti a valle, collaudati e finalmente avviati in esercizio, lo stabilimento – se vorrà restare sul mercato e mantenere la maggiore occupazione possibile – dovrà continuare a produrre, mercato permettendo, con gli AFO 1, 2 e 4, con le cokerie ad essi collegate a monte.

Poi, una volta installati i forni elettrici come si alimenterebbero? Con rottame e il preridotto di ferro ? E chi lo produrrebbe, e a che costo del gas necessario per ottenerlo? O lo si importerebbe da chi già lo produce, ma a che prezzo? Ed ancora, si vorrebbe sperimentare l’idrogeno come combustibile sostitutivo del carbone nei forni elettrici, o ancor prima già negli altiforni? E chi lo produrrebbe e a che costi? E sarebbe idrogeno “verde”, ottenibile ad esempio dalle energie rinnovabili, con costi però più elevati, pari a 2,5-5 euro al chilo, o idrogeno “grigio”, prodotto con il reforming di combustibili fossili, a costi molto più bassi pari a 1,5-1,7 euro al chilo? E quanti elettrolizzatori necessari per produrlo dovrebbero essere installati? E quanto costerebbe ognuno di essi? E questa riconversione impiantistica sul medio periodo, di che ammontare di investimenti avrebbe bisogno? E che tempi di ammortamento si prevederebbero, naturalmente in relazione all’andamento della produzione e delle vendite? E la compagine azionaria della società di gestione – se restasse AmInvestco Italy – di quanto dovrebbe essere ricapitalizzata? E da parte di chi, e con quali percentuali per vecchi e nuovi soci? E le attuali perdite di quella società sarebbero preliminarmente ripianate da Arcelor Mittal, come sarebbe giusto, avendole provocate la sua gestione?

L’impianto pilota di idrogeno verde più grande al mondo da 6 megawatt è partito a Linz in Austria con un finanziamento della UE da 18 milioni di euro, e l’acciaieria della Voestalpine – come ha detto il suo presidente Herbert Elbensteiner – è interessata a sperimentarne l’impiego per ridurre la sua dipendenza dai combustibili fossili.

Nel capoluogo ionico peraltro il 18 giugno 2019 l’Amministrazione comunale con delibera n.144/2019 sottoscrisse un protocollo di intesa valido per 3 anni con il Network G.E.P.- Global Electrification Project, composto da 43 aziende, che hanno proposto la costituzione di un “Centro idrogeno Città di Taranto” che sarebbe ottenuto dall’acqua di mare dissalata, scindendo la stessa nei suoi componenti (idrogeno e ossigeno) attraverso processo di elettrolisi. L’energia elettrica necessaria per produrre l’idrogeno sarebbe fornita da una megacentrale da 3.000 MW a tecnologia HPS che sarebbe parte integrante del progetto. Tale centro, una volta entrato in esercizio, fornirebbe 5 miliardi di metri cubi di idrogeno all’anno. Il Network di imprese proponenti, inoltre, si è dichiarato in grado di assicurare il finanziamento all’intero progetto da parte di grandi banche italiane e di primari Fondi mondiali di investimenti green.
Allora da parte del Comune si faccia verificare nelle sedi competenti la concreta fattibilità tecnologica e finanziaria di quanto proposto dal Network G.E.P, se si vuole offrire un contributo non propagandistico alla produzione di acciaio con processi green.

E per quel che concerne i livelli occupazionali? Non c’è alcun dubbio che l’introduzione di forni elettrici ridurrebbe pesantemente l’occupazione che, rispetto a quella odierna pari a 8.200 addetti diretti, verrebbe ridotta di almeno 2.500 unità, ma è una stima del tutto prudenziale. E poi bisognerebbe aggiungere la flessione dell’occupazione nelle aziende dell’indotto. Ma questi numeri destano legittime preoccupazioni nei Sindacati che giustamente sono sul piede di guerra e fermi all’accordo del 6 settembre del 2018. Un problema, questo dell’occupazione, che non può e non deve essere affrontato in alcun modo con superficialità e, come si dichiara a Palazzo di città, «costi quel che costi». Ma qualcuno – che conosca realmente la situazione dell’industria regionale – può pensare veramente che lo Stato sia in condizione di creare a Taranto almeno 3.000 nuovi posti di lavoro nel giro di pochi mesi? E non vi sarebbe invece il rischio molto concreto che, oltre agli attuali 1.700 addetti in cassa integrazione con l’Amministrazione straordinaria, se ne aggiungano almeno altri 3.000-3.500 che rischierebbero di restarvi a vita, o che sarebbero lentamente riassorbiti con grandi difficoltà nel tessuto produttivo locale, sia pure irrobustito da nuovi investimenti?

Insomma, si può affrontare la complessa e per tanti aspetti drammatica questione siderurgica a Taranto solo con gli slogan e con la colpevole leggerezza di chi, evocando parole come chiusura dell’area a caldo, idrogeno, acciaio verde, transizione green, pensa di esorcizzare i veri problemi sul tappeto?

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